Emmeline Pankhurst

Emmeline Pankhurst, l’eterna militante

di Simone Cosimelli

Cominciamo dalla fine. Emmeline Pankhurst morì a 70 anni, il 14 giugno 1928, poche settimane prima di vedere con i propri occhi l’ultima vittoria di una battaglia lunga una vita. Il 2 luglio del 1928, infatti, il Parlamento britannico approvò il Representation of the People Act, la legge che estese il diritto di voto delle donne equiparandolo a quello degli uomini. 

Già dal 1918, in Gran Bretagna, potevano votare tutti gli uomini di età superiore ai 21 anni e tutte le donne di età superiore ai 30 anni – risultato di per sé significativo. In seguito al provvedimento del 1928, poi, anche le donne d’età compresa tra i 21 e i 30 anni poterono recarsi alle urne. Incidendo politicamente e imprimendo un’ulteriore spinta, e stavolta sostanziale, sulla lunga strada verso l’emancipazione

Uomini e donne erano finalmente uguali, almeno sulla carta. E ai piedi di un muro di disuguaglianze, saldo e impenetrabile come il pregiudizio, si apriva definitivamente una breccia: una via d’accesso. 

Un’idea radicale per i diritti delle donne

Si affermava dunque – anzi si concretizzava – un’idea radicale che per generazioni, tanto dai rispettabili signori di città quanto dagli onesti lavoratori di campagna, era stata ritenuta pericolosa, se non proprio immorale. 

Cessava un’odiosa discriminazione legale all’interno di un unico corpo politico e veniva cancellata una delle laceranti linee divisorie tra individui di sesso diverso

Nella democrazia più vecchia d’Europa –  faro della civiltà occidentale e specchio delle sue colpe –, il femminismo strappava un’altra posizione, otteneva un altro riconoscimento: e costringeva gli uomini (in senso lato, e in senso stretto) a essere all’altezza della migliore versione di se stessi. Non era la prima volta, né sarebbe stata l’ultima. 

Emmeline Pankhurst, “militant champion of woman suffrage”, come la definisce la prestigiosa Encyclopaedia Britannica, fu una delle attrici principali di quel grande dramma storico, e contribuì enormemente al raggiungimento di un risultato irriversibile; sfidando il tempo e la tradizione. 

Il coraggio della perseveranza, il fuoco del dissenso

Nata a Manchester, figlia di due attivisti e vedova di un avvocato idealista (altrettanto femminista e già amico del filosofo liberale John Stuart Mill), Emmeline Pankhurst aveva deciso dall’età di 14 anni di non farsi da parte, e di spendersi per una causa, i diritti delle donne, che in pochi reputavano meritevole di interesse. 

Nella rigida separazione dei due mondi, maschile e femminile, aveva intravisto la differenza profonda tra libertà concesse e libertà conquistate. E per questo, in seguito, aveva coinvolto in quella improbabile avventura anche le tre figlie: Christabel, Sylvia e Adela. 

Brillante oratrice, arguta scrittrice, organizzatrice di proteste e sempre in prima fila alle manifestazioni, fondò la Women’s Franchise League (WFL) nel 1985 e la Women’s Social and Political Union (WSPU) nel 1903, e fu quindi l’ispiratrice del movimento delle “suffragette”. 

Un movimento attivo, nell’indaffaratissima e ingolfatissima Londra, per ottenere il suffragio delle donne; un movimento lodato nei libri di storia, oggi, e invece criminalizzato, diffamato e attaccato nella cronaca, ieri. 

Da leader, Emmeline Pankhurst fece di se stessa un’arma politica. Utilizzando ripetutamente lo sciopero della fame come strumento di rivendicazione – quando allo sciopero della fame si rispondeva con la pratica dell’alimentazione forzata, rasentando la tortura – e usando il suo corpo come mezzo di pedagogia democratica per mostrare agli altri, i disinteressati, che le società libere non sopravvivono all’apatia delle maggioranze.

Come disse una volta, con tutta la convinzione di cui era capace:

“Ho visto uomini sorridere quando hanno sentito le parole ‘sciopero della fame’ (‘hunger strike’), eppure penso che oggi ci siano pochissimi uomini che sarebbero pronti a intraprendere uno sciopero della fame per qualsiasi causa. Solo le persone che provano un intollerabile senso di oppressione adotterebbero un mezzo del genere. Significa che rifiuti il ​​cibo fino a quando non sei alla soglia della morte, e quindi le autorità devono scegliere tra lasciarti morire e lasciarti andare (‘between letting you die and letting you go’)”.

Fonte: Freedom or death – part 1

Accusata di minacciare l’ordine pubblico, dileggiare le autorità e violare la proprietà privata, fu arrestata più e più volte. Ben dodici solo tra il 1913 e il 1914, a causa del Prisoners Act, meglio noto con il nome indicativo di Cat and Mouse Act. Una legge in base alla quale l’arresto poteva durare fino a che il prigioniero non fosse stato troppo debole per rimanere in cella, circostanza che consentiva un temporaneo rilascio. Dopo un numero di giorni sufficienti a rinvigorire il fisico, poi, lo stesso poteva (e anzi doveva) essere arrestato di nuovo. Un espediente cinico per evitare morti indesiderate, e quindi un danno d’immagine alle autorità, e anche un tentativo di fiaccare psicologicamente gli avversari politici. 

E tuttavia, non funzionò mai: perché in Emmeline Pankhurst prevalse la volontà di opporsi. 

E conviene citarla ancora, tanto erano sferzanti le sue parole; sempre contrarie e sempre ribelli. Nel 1913, ad Hartford, nel Connecticut, durante una trasferta negli Stati Uniti – nel mezzo di un discorso che a  ragione il Guardian considera tra i più importanti del XX secolo –, usò toni precisi e suggestivi per raccontare gli anni appena trascorsi: 

 

“Sentivamo di dover risvegliare il pubblico a tal punto che avrebbero detto al governo: è necessario dare il voto alle donne. Dovevamo ottenere l’interesse degli elettori, dovevamo ottenere l’attenzione degli interessi commerciali e degli interessi professionali, dovevamo convincere tutti gli uomini dediti al tempo libero (‘the men of leisure’) a chiedere al governo di alleggerire il peso di questa situazione e dare alle donne il voto. Ce l’abbiamo fatta; e lo stiamo facendo ogni giorno (‘We have done it; we are doing it every day’).”

E forse, continuava, rivendicando atti di sabotaggio e azioni a danno della quiete pubblica: 

“Forse ora potete capire perché noi donne abbiamo pensato che avremmo dovuto attaccare la cosa di maggior valore nella vita moderna per far svegliare queste persone (‘to make these people wake up’) e far capire che le donne volevano il voto, e che le cose sarebbero state molto scomode finché non lo avessero ottenuto, perché non è facendo stare a proprio agio le persone che si ottiene qualcosa nella vita pratica, ma mettendole a disagio. E questa è una semplice verità che tutti noi dobbiamo imparare (‘a homely truth that all of us have to learn’).”

 

Fonte: Freedom or death – part 2

 

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Emmeline Pankhurst, l’eredità di una donna libera

Emmeline Pankhurst attraversò poi, già anziana, uno degli snodi centrali della storia del Paese: la Prima guerra mondiale, un conflitto che sconquassò il Vecchio continente, ormai avvelenato dal nazionalismo, dal risentimento e dal seme della discordia. Eppure, non confuse mai il coraggio con l’avventatezza. Né la convinzione con l’intransigenza. 

E quando migliaia di uomini, su una scala mai vista prima, furono chiamati alle armi, sospese la campagna militante delle “suffragette” e iniziò, spostandosi e viaggiando, a spingere perché le donne fossero inserire nel tessuto produttivo ed economico britannico; per far fronte all’emergenza. Ad invocare stessi oneri ed onori, dunque, proprio nel momento più difficile. 

Aveva ragione: il contributo delle donne, al lavoro in tutti i settori, fu fondamentale per evitare lo stop della Gran Bretagna e anche per questo le ragioni femministe emersero in modo dirompente, ineludibile: attraversando come un fiume in piena una società ansiosa di ripartire.  E ripartire da nuove prospettive e nuovi punti fermi. 

La legge del 1918, che diede il diritto di voto alle donne oltre i 30 anni, passò quindi alla storia; quella del 1928, che lo estese anche alle donne tra 21 e 30 anni, come già accadeva per gli uomini, coronò con il successo un ciclo ultradecennale iniziato al grido di “Equality for Women”: un ciclo di sacrifici ed errori, umiliazioni e sconforto, perseveranza e caparbietà. Resistenza. A tutto, e a tutti

Emmeline Pankhurst morì, come si è detto, prima di vedere l’ultimo risultato di una battaglia lunga una vita. Ma il suo nome, così come gli occhi gelidi con cui sosteneva lo sguardo degli avversari, restò: restò nella memoria di chi avrebbe dovuto portare avanti ciò che lei aveva costruito. Ciò che lei aveva sempre desiderato: un ruolo per le donne. 

E oggi, che una statua in bronzo all’interno del Victoria Tower Gardens di Londra, all’ombra del palazzo di Westminster, ne celebra il ricordo (insieme alle azioni delle suffragette), si fa invece più preziosa l’idea che Emmeline Pankhurst cercò di sostenere per tutta la vita: bisogna imparare a stare dalla parte sbagliata per avere ragione, più spesso di quanto si creda. 

 

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